domenica 8 novembre 2020

FRANCESCA SOLAZZO, LANTERNA VERDE.

 


Le squadre storiche del calcio femminile hanno più di una bandiera. Se si parla del San Miniato Siena, poi, pochi anni di vita ma con tanto amore, se ne trovano quante ne volete. Clara Meattini, Ilaria Gurgugli, Valeria Mazzola sono solo alcune. Ci sono persone che sono maturate, o addirittura nate e vissute  calcisticamente, con questo verde sul cuore, ma credo che nessuna incarni il San Miniato tanto quanto Francesca Solazzo, semplicemente perché ne ha condiviso le sorti dai primissimi anni di esistenza fino al fallimento di questa estate, è stata innamorata di questa maglia quando era in difficoltà  e nei fasti del triplete, la vetta che però fu anche il preludio alla fine di tutto, come se non potesse mai più esserci un anno altrettanto bello; e ora che per fortuna, dai fallimenti di due società,  un nuovo progetto calcistico sta nascendo a Siena città Francesca è stata chiamata a farne parte e per lei, centrocampista importante, un faro, anzi una lanterna, di quelli che impostano il gioco e dettano i tempi, che a 28 anni sta entrando nella maturità calcistica perfetta, inizierà un'ennesima avventura calcistica all'ombra della torre.

Francesca Solazzo.

Avere Francesca sul blog è fantastico per me, non nego che la "corteggiavo" da questa estate, dalla sera in cui ci capitò di fare due tiri a pallone, ma quando prendi una botta emotiva come hanno preso queste ragazze è chiaro che per qualche tempo devi riordinare le idee; ma niente e nessuno toglierà a questi fiori d'acciaio la voglia e la passione, quindi perché esiste il Viola e il rosa? soprattutto per far conoscere le storie come quelle di Francesca Solazzo, grazie a tutte coloro che hanno la voglia e la forza di raccontarmele.

Che poi questa intervista è anche un documento sul calcio  senese di un passato recentissimo ma che è già sprofondato, in quanto l'epopea del primo San Miniato si è comunque conclusa, con la sua storia dolce e amara, che è già stata raccontata su questo blog ma è sempre bello riascoltare, specialmente da una voce così sensibile.

E ora, come sempre, vi lascio con Francesca.


Ciao Francesca, benvenuta su "Il viola e il rosa" vuoi innanzitutto presentarti ai lettori?


Ciao Omar, grazie per questa opportunità e per la pazienza che hai avuto con me. Mi chiamo Francesca Solazzo, ho 28 anni e gioco a calcio da ormai 17 anni.


Macché pazienza, anzi avrei compreso se ti fosse occorso ancora del tempo per chiamare i ricordi col loro nome.

Parlaci di Francesca bambina; chi o cosa ti ha trasmesso la passione per il calcio?


Non so in realtà quando sia nata la mia passione per il calcio, ho sempre pensato di esserci nata. All’inizio però per me il calcio erano i passaggi in spiaggia con mio zio, le partitelle sotto casa con gli amici o durante l’intervallo a scuola.

È stato mio nonno a farmi avvicinare al vero calcio giocato. Lui sapeva che avrei voluto farlo proprio come sport e sapeva che in fondo neanche io pensavo fosse possibile. Avevo 11 anni, di calcio femminile non avevo neanche mai sentito parlare e l’unica possibilità era una squadra maschile, ma mi sembrava solo un sogno. Lui invece mi disse che avrei potuto farlo, mi accompagnò a parlare con una scuola calcio (il Siena Nord) e per 3 anni mi scarrozzò avanti e indietro ad ogni singolo allenamento e partita. 


Complimenti a tuo nonno, veramente, è bello e importante che una persona matura abbia creduto in una ragazzina che voleva giocare a calcio, non è affatto scontato.

Credo che come tante altre calciatrici avrai iniziato a giocare in squadre maschili; come sono state le prime esperienze? e che rapporto hai avuto coi compagnucci, ti hanno accettata subito o hai dovuto farti rispettare?

Ricordo con piacere i primi anni di calcio in una squadra maschile. Ero abituata a giocare con i maschi, non conoscevo bambine con la mia stessa passione e per me era del tutto normale giocare insieme ai maschi. Ho giocato titolare in tutti e 3 i campionati, anche se c’è da dire che non eravamo una squadra molto forte e che la presenza di una femmina in squadra ci faceva guadagnare un punto per ogni partita, a prescindere dal risultato.

Poi a 14 anni dopo un torneino con la scuola qualcuno mi notò e per la prima volta sentii parlare del calcio femminile a Siena.

Con Ilaria Gurgugli.


Infatti, arriviamo ai tuoi 14 anni e alla primavera del Siena. Com'è stato ritrovarsi in una squadra tutta al femminile? ti è occorso tempo per adattarti alla nuova realtà? e quali sono le compagne di viaggio che hai incontrato già in quel frangente?


Come detto per me era una cosa un po’ strana giocare in una squadra femminile, perché non mi era mai capitato di incontrare altre ragazze amanti di questo sport. Gli anni della primavera del Siena li ricordo sempre con tanto affetto, sia per il calcio giocato che per le mie compagne. Qui ho conosciuto le mie amiche più grandi, il mio fedele “capannello”: Clara Meattini, il mio Cap in campo e nella vita, Ilaria Gurgugli e Alice Carniani. Con loro ho condiviso gli ultimi 14 anni della mia vita, in campo e anche fuori dal campo, anno dopo anno, squadra dopo squadra. 


"Il mio cap in campo e nella vita"  Clara Meattini.


Ed è bello quando grazie allo sport si formano le amicizie di una vita, niente cementa un rapporto più che lottare per uno stesso obiettivo.

So che giochi come centrocampista centrale; questo ruolo è stato tuo fin da subito o prima ne hai provati altri? e grazie a chi hai capito che era il ruolo più congeniale per te?



Se devo essere sincera ho sempre giocato come centrocampista centrale. Non posso quindi parlare di un allenatore che mi abbia scoperta, ma posso certamente parlare di quello che più di ogni altro ha creduto in me, Claudio Pacciani. 

Claudio è stato il mio allenatore negli ultimi 3 anni, che sono poi gli anni della mia migliore resa calcistica. Credo che un allenatore non sia importante solo per tattiche o schemi, ma anche per la fiducia che riesce a trasmetterti. Un giocatore che gioca senza sentirsi sicuro riesce a rendere al 20%, uno che lo fa sentendo la fiducia dell’allenatore rende al 200%.

Claudio è stato importante perché grazie a lui e alla sua fiducia sono riuscita a rendere molto di più di quanto pensassi di fare. Ha sempre creduto in me (forse un po’ troppo) e mi ha regalato una sicurezza calcistica che non ero mai riuscita a provare.


Conosco Claudio per averlo intervistato e mi è sembrata una persona competente e appassionata, ottimo direttore d'orchestra di una squadra strepitosa, e sono contento di quello che mi dici di lui, soprattutto per la sicurezza che ti ha saputo trasmettere e che spero non ti tolga mai più nessuno.

Dopo 4 anni nelle giovanili senesi passi alla mitica Stella Azzurra di Arezzo; come è stata per te la prima esperienza in una prima squadra? 


L’anno della Stella Azzurra rappresenta per me il passaggio da una primavera ad una prima squadra. È stato per me un anno sicuramente importante, soprattutto perché lì ho conosciuto tante persone che poi ho ritrovato a San Miniato negli anni successivi. Li ho imparato come funzionano le cose in una prima squadra, non ero più nella mia primavera, ero in una vera realtà calcistica.


Dopo l'esperienza Aretina, come tante ragazze che devono portare avanti i loro progetti, smetti a malincuore di giocare per 3 anni per frequentare l'università, ma nel 2014 ricominci nel club al quale sei legata anche nell'immaginario collettivo dei tuoi tifosi, ovviamente parlo del San Miniato. Ecco, puoi raccontarci l'inizio della tua grande storia d'amore con questi colori?


Come hai detto sono arrivata a San Miniato dopo 3 anni di stop. Dico sempre di aver smesso di giocare per colpa dell'Università, ma la verità è che avevo perso un po' lo stimolo di fare un sacrificio così grande per un qualcosa che non mi appassionava più come prima. Arrivo quindi a San Miniato con la necessità di ritrovare quello stimolo e quella passione che ai nostri livelli sono il vero e proprio motore di questo sport. Devo dire che fin da subito a San Miniato ho ritrovato ciò che del calcio mi mancava di più. 

San Miniato era all'epoca ai primi anni di vita. Una squadra nata per divertirsi, con zero soldi (pensa che i primi anni eravamo noi giocatrici a pagare il pullman per le trasferte), una di quelle squadre che sopravvive solo grazie alla passione, sia delle giocatrici che dello staff. Mi sono sentita fin dal primo giorno a casa, perché era proprio quel tipo di calcio che cercavo. Un calcio che riusciva a divertirmi ma senza portarmi via troppo tempo. Insomma, il classico hobby. 

L'anno in cui sono arrivata a San Miniato la squadra era appena stata ripescata dalla Promozione in Eccellenza. Un ripescaggio che ci aveva colte un po' impreparate. L'anno calcistico sotto il punto di vista del campionato è stato decisamente faticoso. Abbiamo perso la maggior parte delle partite, anche con punteggi molto pesanti. Siamo arrivate a giocarci la retrocessione nell'ultima partita di campionato, uscendone sconfitte. 

Di quest'annata difficile ricordo però l'unione della squadra. Per finire un campionato in cui riesci a fare 10 punti per miracolo hai bisogno di uno spogliatoio molto forte ed unito, un gruppo di ragazze che nonostante le difficoltà e le delusioni riesce sempre a trovare un motivo per allenarsi, per pagarsi le trasferte e tornare a casa quasi sempre sconfitte. Ecco, per me questo è stato il primo vero amore sul campo da calcio. Perdevamo sempre, ma io ero felice di giocare lì e sapevo che il tempo ci avrebbe dato ragione. In effetti poi è andata così.



"Una squadra che va avanti solo grazie alla passione" Ecco, si capisce come tu abbia vissuto l'essenza più pura del calcio, quello più picaresco e avventuroso, quello povero ma non miserabile, quello con pochi mezzi ma non amatoriale, quello che più resta nel cuore di chi lo pratica e anche di chi lo segue, che detto tra noi i titoli passano, sono le avventure che restano, e voi avete vissuto anni di avventure calcistiche forse irripetibili, voi e chi ha avuto la fortuna di essere li, di seguire ogni vostra impresa. Ho seguito squadre che perdevano spesso, ma ora del risultato non me ne ricordo più, mi ricordo i saluti, l'atmosfera carica prima della partita, la consapevolezza di essere Davide ma senza la paura di affrontare Golia,  è quello che secondo me rimane nel cuore.

In ogni caso un San Miniato che con gli anni diventava sempre più forte e convincente, mettendo a tacere le malelingue dall'altra sponda, avevate pure un coro goliardico "E ora come allora, al San Miniato mai" riferito a coloro che vi snobbavano nella prima ora..ecco, come è evoluto il San Miniato fino all'anno del triplete?


Dopo l'annata disastrosa in Eccellenza ripartiamo dalla Promozione. Nel frattempo il Siena femminile fallisce e la squadra comincia piano piano a rinforzarsi. Questo è anche l'anno della nascita del Florentia, una squadra che fin dal primo anno era fuori categoria. Finiamo il campionato al secondo posto, proprio dietro al Florentia, ma il ripescaggio ci premia nuovamente e approdiamo in Eccellenza. Da questo momento in poi è sempre Eccellenza, con la squadra che si rinforza anno dopo anno, ma senza mai perdere quell'ossatura di base che dalla Promozione è arrivata poi in Serie C. A San Miniato ho sempre avuto allenatori che hanno creduto in me, da Andrea a Claudio e anno dopo anno sono riuscita a crescere calcisticamente proprio come la mia squadra.



Intermezzo; ti è capitato di segnare qualche goal? quali sono le reti, in tutta la tua carriera, che ricordi con più piacere, quelle a cui ripensi nei momenti di malinconia?

Sicuramente la tripletta contro il Filecchio nell'annata 2018-2019. La mia prima (e ultima) tripletta che incoronò il San Miniato campione d'Inverno.


Complimenti, spero ti sia portata il pallone a casa!!

Arriviamo ora all'anno magico, all'anno storico del San Miniato, il 2018-2019, con il mitico Triplete; vittoria del campionato di eccellenza, vittoria della coppa regionale e della coppa Italia di categoria. Raccontami tutto quello che vuoi, il blog è tuo.

Nella partita scudetto contro il Montevarchi.

Lo sai bene, dell'anno del Triplete io potrei parlare all'infinito. Di quell'anno potrei descriverti nel dettaglio ogni partita, ogni gol subito e ogni gol fatto. Eravamo una squadra forte, senza soldi ma forte. Credo che la nostra arma in più sia stata proprio questa. Il calcio femminile attorno a noi era cresciuto, le giocatrici per venire da noi chiedevano gli stessi soldi che le altre Società offrivano loro e da noi di soldi ce n'erano pochi. Certo, non dovevamo pagarci più le trasferte e qualcosa in fondo al mese entrava, ma non potevamo competere con le altre Società che stavano crescendo. Ad inizio anno la domanda di tutti era la stessa: "Sono forti, ma riusciranno a finire l'annata con una Società così poco organizzata?'. Non solo ci siamo riuscite, ma lo abbiamo fatto scrivendo anche una pagina della storia del calcio femminile di Siena.

Il San Miniato era questo: le docce erano fredde, i palloni vecchi, i pulmini (quando c'erano) erano tutti rotti e se si trovava il campo libero per allenarsi era un evento. Ma noi eravamo forti, vincevamo e ci divertivamo e tutto il resto non contava. 

Ciò che ho amato di più del San Miniato è stato anche ciò che ho odiato di più quando tutto è finito. Ho amato il San Miniato per la sua semplicità, per la mancanza di soldi che ci rendeva tutte complici di una stessa passione (ma chi ce lo fa fare?), per la mancanza di organizzazione che rendeva tutto così genuino e naturale. Insomma, chi era a San Miniato era lì perché ci voleva stare, non per i soldi, non per la carriera calcistica, perché al di fuori dello spogliatoio di aspetti positivi ce ne erano davvero pochi. Tutte queste cose che ho amato così tanto sono state anche ciò che hanno portato alla fine di questa bellissima realtà. Il San Miniato era nato ed era cresciuto grazie a tante persone che per anni hanno fatto sacrifici per questa squadra. Giocatrici, allenatori, accompagnatori e anche tifosi. Quando alcune di queste persone hanno "mollato" ed è rimasta solo la Società (che in realtà dovrebbe essere il vero motore di una squadra), nessuno si è più sbattuto per noi, portando al triste finale che tutti conoscete.

Ma tornando al triplete... Quando l'anno è iniziato ricordo che guardai i nomi delle componenti della squadra e pensai "Cavolo, quest'anno siamo forti!". Ma se a settembre mi avessero parlato di vittoria del Campionato, vittoria della Coppa Toscana e vittoria della Coppa Italia di categoria avrei fatto una grossa risata. Anche perché noi eravamo "solo il San Miniato", proprio quello del coro “al San Miniato mai”. Invece quell'anno abbiamo iniziato a vincere e non abbiamo più smesso. 

Di quell'anno non ricordo solo le vittorie in campo, ma anche la grandissima unione dello spogliatoio. Stavamo bene insieme dentro il rettangolo di gioco e fuori e tra allenamenti, partite, cene e aperitivi quell'anno sono stata più a San Miniato che a casa. 


Un quadro; fantastico abbraccio con Costanza Gangi dopo la rete di quest'ultima, la prima di tre, poi segnarono Mascilli e Bruci.

Vabbè, intervento da incorniciare, hai riassunto tutta l'essenza di un movimento in queste righe, da far studiare alle esordienti, veramente...se sapessi mai di un libro in lavorazione che tracci un viaggio sentimentale nel calcio femminile invierei questo pezzo alla casa editrice (o potrei un giorno scriverlo io...ma si, sogniamo forte, ho imparato da voi ragazze).

Sempre riferito all'anno del triplete, rispettando il numero del 3; dimmi tre tue "foto" interiori, tre istantanee che hai nella mente, tre ricordi indelebili.

3 per un triplete.


Non voglio essere scontata e non parlerò delle tre partite più importanti, quelle che ci hanno permesso di conquistare il triplete. Anche perché l'anno del triplete è stato molto di più. Scelgo quindi tre momenti che meglio rappresentano ciò che ho provato quell'anno. 

Il primo non è un momento vero e proprio, ma una serie di rituali che mi hanno accompagnato per tutta l'annata. L'anno del triplete è l'anno della stessa canzone in macchina per arrivare al campo la domenica con le mie compagne di viaggio Clara e Ilaria. È l'anno della macchina parcheggiata lontano dal campo tutte le domeniche per colpa di un fioretto: "Se oggi vinciamo e segni, parcheggiamo tutte le domeniche qui" (anche se era a 300 metri dal campo). Abbiamo vinto e ho fatto gol e dal quel giorno, ogni domenica, io e Clara ci siamo fatte 300 metri a piedi per raggiungere il campo. Ma è anche l'anno delle super mega (le mie ex compagne capiranno), della foto di rito e di tutte quelle cose extra calcistiche che hanno accompagnato ogni allenamento e ogni partita.

Il secondo momento è invece un momento meno felice, perché anche se l'anno del triplete è l'anno delle mie più grandi gioie calcistiche è anche l'anno di una delle delusioni personali più grandi: il rigore sbagliato contro il Doccia. Quella partita l'abbiamo pareggiata, dando il via ad una serie di risultati negativi che alla fine ci hanno fatto perdere il primato in classifica (anche se per una sola settimana). Stavo facendo un anno da protagonista, avevo segnato molti gol, mi sentivo in forma e sentivo la fiducia di tutti. Un rigore è un rigore, lo so, solo chi ha il coraggio di batterli li sbaglia e tante belle frasi fatte, ma la realtà è che dopo quel rigore, dopo quel pareggio, dopo aver perso il primato in classifica, nessuna di queste frasi fatte riusciva a consolarmi. Se avessimo perso il campionato per quel rigore? Da lì ho un brutto rapporto con i rigori, anche perché nonostante tutto il mio allenatore continuava a darmi fiducia e io continuavo ad essere la rigorista di squadra. Io non volevo, ma tutti mi dicevano che non poteva essere un rigore sbagliato a farmi rinunciare a batterli. Non volevo tirarmi indietro e qualche partita dopo mi presento nuovamente sul dischetto, ma sbaglio di nuovo. Era una partita di Coppa Italia, una partita che abbiamo vinto e nella quale ho anche segnato. Ma a fine partita non riuscivo a pensare né alla vittoria né al gol segnato, solo a quel maledetto rigore sbagliato. Sono arrivata quindi a chiedermi "Perché di un'annata bella così non posso godere delle vittorie e dei gol segnati, ma devo solo pensare a questi rigori?". Ho quindi deciso di non batterli più e quando siamo arrivate ai rigori nella finale di Coppa Italia sapevo cosa fare. Avrei potuto battere il rigore, magari segnarlo e inserire una nuova gioia nella mia annata calcistica. Ma io ero felice di quanto fatto fino a quel momento, sapevo che non sarebbe stato quel rigore a rendermi più o meno protagonista del triplete e mi fidavo delle mie compagne. Non avevo bisogno di una gioia personale, avevo bisogno di una gioia di squadra. Non l'ho battuto, abbiamo vinto e sono riuscita a godermi la vittoria in tutto e per tutto. Quel giorno (dopo più di 15 anni di questo sport) ho imparato che il calcio è anche questo: è prendersi delle responsabilità, ma è anche capire quando è il momento di non farlo e fidarsi di chi è accanto a te, per te e per la tua squadra.

La terza "foto" è invece un momento fuori dal campo. Come detto ad un certo punto dell'anno avevamo perso il primato e potevamo solo sperare in un passo falso della squadra prima in classifica, il Monsummano. Quella domenica noi avevamo vinto e per riprenderci il primo posto in classifica dovevamo sperare in un risultato negativo del Monsummano contro la Pistoiese, la terza in classifica. Non ricordo perché ma loro giocarono qualche ora dopo di noi. Ricordo che dopo aver giocato restammo tutte al bar del campo in attesa del risultato. È per me quello un momento indimenticabile. Eravamo lì tutte insieme in attesa di risultati parziali che arrivavano a pezzi e bocconi, chi parlava di gol della Pistoiese, chi di gol del Monsummano, non si capiva più niente. Ma noi eravamo insieme, unite dall'ansia e dalla speranza, pronte ad esultare insieme o a farci forza a vicenda. Quando dico che il San Miniato era bello dentro e fuori dal campo intendo questo. Quel giorno abbiamo vinto sul campo e anche fuori, perché quella partita finì con un pareggio, noi tornammo prime in classifica e senza più perdere il primato.



L'eterna paura dei rigori; ci ha scritto un libro Peter Handke (La paura del portiere prima del calcio di rigore) lo ha cantato De Gregori (Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore)  e proseguendo la citazione "Non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore" ma in realtà con tutto il bene che voglio al maestro ho sempre pensato che ci fosse un po' di retorica fasulla, perchè non è vero, De Gregori non giocava a calcio e si sente, perchè un rigore sbagliato ha macchiato carriere in modo indelebile e ha condizionato la memoria stessa che si ha del giocatore nel tempo (Roberto Baggio su tutti, ma non solo), e hai fatto bene a non tirarlo, credo tu abbia fatto la tua parte PRIMA di quel crudele tiro dagli undici metri.

Sulle altre due istantanee, che dirti? vorrei avere io dei ricordi calcistici simili.

Poi, dopo la bella favola, vi aspetta una stagione un poco al di sotto delle aspettative in serie C e funestata dall'arrivo del Covid, fino a un gelido giorno di luglio (ossimoro voluto) che anch'io ricordo bene per essermici trovato per puro caso, nel quale il San Miniato in pratica smette di esistere. 

Ricordo la tristezza di quella sera, e voi che però, dopo un emozionante spettacolo di Costanza che parlando di cadute e redenzione forse era involontariamente adatto alla serata, avete ripreso morale, eravate tristi ma non rassegnate, la voglia di lottare in voi ragazze è sempre più forte di qualsiasi fallimento; cosa ha provato, una veterana come te, a veder finire tutto questo?


Con Serena Pecchia.


Di quella serata mi piace ricordare solo le scarpe piene di fango il giorno dopo per colpa tua e di quelle pallonate a fine serata. Ho provato tante cose quella sera, la delusione e il rammarico per non aver fatto abbastanza per salvare questa squadra. Avevamo lavorato molto durante i mesi del lockdown per pianificare il futuro, ma alla fine tutto è stato inutile. Ricordo quando Clara, che più di ogni altro ha faticato per questa squadra, mi disse “A che cosa è servito tutto quello che abbiamo fatto? Non resterà niente”. In quel momento pensavo avesse ragione, pensavo che tutti i sacrifici fatti in quegli anni finissero in una bolla di sapone. Avevamo sopportato tutto per amore di quella maglia e alla fine avevano deciso di portarcela via da un giorno all’altro. 

Oggi a distanza di qualche mese penso che ci sbagliassimo. Non c’è più il San Miniato, ma non è vero che non è rimasto niente. È rimasto quello che abbiamo fatto in campo e quello che questa squadra ha rappresentato per me e per molte di noi. Ti ringrazio quindi di nuovo per avermi dato l’opportunità di parlarne e di ripensarci.

Quando a luglio mi hai chiesto di parlare di me calciatrice ti ho detto che non me la sentivo. Sapevo che in quel momento non sarei stata in grado di rendere giustizia a ciò che il San Miniato ha rappresentato per me. Avrei parlato solo di delusione, amarezza, rabbia, sacrifici buttati via, tempo perso e mancanza di rispetto. Ma il San Miniato non è quella sera di luglio, il San Miniato è questi 6 anni che ho provato a descrivere per ciò che hanno rappresentato per me.

Non torno a parlare di colpe e responsabilità, ma gli occhi delle mie compagne dopo quella riunione non li dimenticherò mai. Era finita e noi dovevamo affrontare una cena organizzata per divertirsi che invece rischiava di diventare una serata terribile. Anche in quel caso però siamo state brave e abbiamo dimostrato la nostra unione. Ci siamo divertite nonostante tutto, perché sapevamo di meritarci un'altra bella serata insieme. Come dico sempre tutto quello che è successo mi ha portato via una "casa", ma non mi porterà mai via i bei ricordi legati al San Miniato, tra i quali c'è anche quella sera.


Gli occhi della sera me li ricordo anch'io, arrivato li senza sapere niente e vedere quei volti smarriti, mi ricordo Valeria che mi spiegò la situazione e non ci volevo credere. Però nel tuo ennesimo splendido intervento hai anticipato tutto quello che avrei detto io; non è vero che non rimarrà niente, perchè il tempo, te lo dico per esperienza, lava via il brutto e tiene il bello, e nel vostro futuro ci sono cene e ritrovi con le persone con cui rimarrai sempre amica e nei quali parlerete di qaunto era grande il San Miniato, rimarranno le cose belle e le meschinità saranno smaltite dalla mente come scorie nocive. Hai fatto bene ad aspettare e sono convinto che i lettori la penseranno come me, come ti dissi a Luglio ti avrei aspettata poiché sapevo che era una questione di tempo, che alla fine avresti preferito salvare e non dimenticare, hai troppa passione per questi colori.

Una domanda di alleggerimento; so quanto sei forte perchè ti ho "affrontata" stando in porta, proprio quella sera, in una calcettata improvvista post-teatro; ricordo ancora un tuo colpo di testa a incrociare su un cross di Carlotta Bernardini che è stato MAGIA pura. Ecco, qual è il meglio del tuo repertorio, del tuo bagaglio tecnico?


Oddio è una domanda difficile questa, perché non sono molto brava a parlare di me. Il colpo di testa sicuramente è sempre stato un fondamentale che mi ha contraddistinta, nonostante la mia statura non proprio altissima. Dicono che corro tanto, che non mollo mai e che sono sempre ordinata in campo. Direi basta, anche perché ho sicuramente già esagerato!




Senti, se io creassi (si fa per scherzare) una squadra di calcio femminile una come te la prenderei subito, perché ho idea che di testa tu non sia brava solo a colpire il pallone, tu la testa la usi in tutti i frangenti, e non è così scontato. Il centrocampista d'ordine e che non molla mai alla Ancelotti ci vuole in ogni squadra, fortunato chi ti ha preso adesso...e infatti arriviamo al presente, un presente derelitto come si sa, ma che ti vede comunque fare parte del nuovo Siena risorto dalle ceneri delle due società fallite in estate; come vedi questo nuovo progetto? sei contenta che Siena città, nonostante tutto, provi ancora a investire sul calcio femminile? e quando pensi al futuro, poiché quando il virus non ci sarà più voi ci sarete ancora, cosa ti immagini per il calcio femminile toscano?


Dopo il fallimento del San Miniato avevo deciso di chiudere con il calcio a 11. Come quando raggiungi il massimo in qualcosa e pensi che qualsiasi altra cosa non sarà mai all'altezza. Ma quando sono riuscita a metabolizzare la delusione, ho capito che anche senza San Miniato avrei potuto ancora divertirmi a giocare a calcio. Mi avevano portato via una “casa”, perché dovevano portarmi via anche la passione? La vicinanza a casa è sempre stato un mio punto fermo nella scelta delle squadre e l'opportunità offerta dalla nuova Società del Siena mi sembrava un buon modo per ricominciare. Del "mio" San Miniato resta solo il nome, perché alla base del progetto societario ci sono volti nuovi e penso che sia un bel modo per poter ricominciare a costruire il calcio femminile a Siena. Il calcio femminile Toscano sta crescendo, ormai sono tante anche le squadre toscane nelle categorie maggiori e Siena è sempre riuscita a dire la sua. Credo che sia un buon modo per progettare un futuro, soprattutto in un periodo precario come questo.


Si, è un buon modo, in ogni caso è qualcosa, non è il niente che si prospettava in agosto; invito tutti coloro che leggono a dare fiducia a questo progetto, tifiamo per le ragazze domenica dopo domenica, in quanto le calciatrici sono sempre quello che più conta e hanno bisogno del nostro sostegno.

Ultima domanda;  quale consiglio vuoi dare a una bambina che sta pensando di cominciare a giocare a calcio?


Alle generazioni future auguro di non dimenticare mai la passione, quella stessa passione che è sempre stata una base di partenza per me. Come ti ho detto il calcio femminile sta cambiando, si sta evolvendo e sta prendendo sempre più importanza. Vorrei però che alla base di tutto restasse quella voglia e quella passione che va oltre i soldi, le vittorie e le categorie. Per me il calcio è stato questo (anche perché non ho giocato certo in Serie A) e anche se auguro a tutte di arrivare ai massimi livelli, mi piacerebbe che nessuno dimenticasse le piccole cose, l’importanza del sacrificio e di trovare una seconda famiglia dentro lo spogliatoio. 


Velocissima verso il futuro, Francesca si congeda così, sul campo.



Hai chiuso veramente in bellezza, un ultimo bellissimo goal sul finale. Non c'entra nulla aver giocato la serie A, te lo dico convinto, non è mai una questione di categoria, anzi le storie più belle le ho trovate nelle serie cosiddette minori, tutto è calcio e tu meriti lo stesso rispetto e affetto di una Bonansea, e questo sono convinto con tutto me stesso. 

Mi piace pensare poi che il calcio femminile sia anche una storia di eroine solitarie, che cadono, anzi vengono fatte cadere, ma trovano sempre la forza di rialzarsi, aiutando anche altre a farlo, e di continuare a credere in un progetto, a dare tutte loro stesse ogni volta, e le cose che dici che non vanno dimenticate sono quei valori senza i quali il calcio femminile non sarebbe nemmeno arrivato ad averla, una A; queste "serie minori" sono l'humus, il substrato su cui una Fiorentina o una Juventus hanno potuto piantare i propri semi, proprio quella elite che si è "svegliata" scoprendo il femminile ma al tempo stesso non sta facendo niente per venire incontro a un calcio dilettantistico mai così in difficoltà; ma alla fine di tutto ci sarete voi, che con la vostra passione e la voglia di esprimerla darete un futuro al calcio femminile,  riuscirete dopo il virus a creare altri sogni sull'erba; non ho paura per il futuro del movimento perché ci sono persone come te, Francesca, forse sei davvero un supereroe, tu e le tue compagne, con la vostra forza, la vostra tenacia e il vostro non arrendersi mai.






sabato 7 novembre 2020

IL ROMANZO CALCISTICO E UMANO DI ALESSANDRO OLIVOLA, PREPARATORE ATLETICO DEL BADESSE.

 


Care lettrici e cari lettori,

a volte è bello campare di rendita. Perché grazie a persone fantastiche come Alessandro, conosciuto da poco ma già un amico  col quale condividiamo le stesse idee sul calcio femminile e l'apporto che, da uomini, possiamo dare al movimento, alla mia proposta di concedermi un'intervista mi ha mandato il suo romanzo, non solo la sua storia, ma la sua storia CON SENTIMENTO, riuscendo a essere esauriente come le mie domande, seppur mirate, non avrebbero potuto essere mai.


Alessandro con la sua nazionale MPS

Con il leggendario Angelo di Livio.


Per cui mettetevi comodi e leggete le storie di una persona la cui passione per il calcio è partita da lontano per poi scoprire e innamorarsi del  femminile solo di recente, ma consacrandosi poi alla causa senza esitazioni, come successo anche a me, per questo ci capiamo così bene.

Per cui Benvenuto sul Viola e il Rosa Alessandro, sei un ospite graditissimo, ti lascio la parola.


Ciao Omar ti ringrazio per avermi dato la possibilità di conoscerti e l’onore di poter scrivere sul tuo blog è sempre bello conoscere persone di calcio come te che fanno del bene al calcio femminile.

Mi chiamo Alessandro Olivola, ho 40 anni di cui 34 spesi nel calcio fra giocatore e allenatore. Non saprei sinceramente come iniziare, perché se mi riguardo indietro mille ricordi assaltano la mia mente, e allora ho deciso di cominciare dall’inizio. 


Ho tirato i miei primi calci al pallone all’età di 6 anni nella scuola calcio della Colligiana, quando ancora era al mitico “campo vecchio” di Colle. Erano gli anni in cui c’erano ancora i miti dei numeri, se eri il fantasista avevi il 10 il centravanti aveva il 9 il mediano quello grosso che faceva legna aveva l’8 se eri il mancino d’attacco avevi l’11, a me fu assegnato il 7 e facevo l’esterno destro. Mi sono affezionato da subito a questo numero anche perché agli inizi ero un po’ scoordinato nei movimenti e il grande “Mino” mister scomparso ma sempre  nel cuore di tutti i ragazzi del 1980, mi diceva sempre “Ti ho trovato proprio il numero adatto, sei torto come un 7” a me piaceva più pensare che poi, alla fine, se ci si pensa  bene il 7 rappresenta proprio il movimento che che deve fare un esterno allargarsi per poi tagliare e buttarsi al centro. 

Passano gli anni e arrivo al settore giovanile dello Staggia, società che in quegli anni vantava uno dei migliori settori giovanili della zona, ma il grande salto in prima squadra lo faccio con la Casolese, con il ds Marrucci e il purtroppo altro scomparso mister Scarpellini, altro nome caro a tutti i giocatori che hanno avuto il piacere di conoscerlo. 

Ero arrivato nel calcio che conta, il sogno che avevo da bambino di esordire in prima squadra si stava per realizzare, il numero 7 era sulle spalle di un’altro mio compagno più bravo di me ma ero li, esattamente dove volevo e andava bene così. 

Purtroppo la mia “carriera” calcistica ha conosciuto qualche infortunio di troppo e purtroppo anche abbastanza gravi, da tenermi fermo 3/6 mesi. Per questo ho cambiato molte società, spesso venivo dato in prestito, per vedere un po’ come le mie ginocchia scricchiolanti avrebbero reagito. 

Contemporaneamente ai miei impegni calcistici e al recupero dei miei infortuni mi appassionai  all’idea di fare l’allenatore, iniziando dal calcio a 7 Uisp. Le prime squadre erano create dal niente, con ristoranti o bar che facevano da sponsor, e le prime cavie come giocatori gli amici di sempre, quelli con cui  condividevi tutto e mangiavi pane e pallone insieme, e anche lì a studiare.  

Il punto più alto della mia “carriera” se così si può dire, e stata la stagione 2011/2012 con il mio arrivo al San Donato Tavarnelle in eccellenza, dove collezionai 7 presenze prima di un altro brutto e lungo stop. Con il calcio a 7   ci siamo tolti delle grande soddisfazioni, quell’anno vincemmo il campionato, la coppa provinciale e andammo alle regionali ancora vincendo e  alle nazionali ci siamo tolti comunque qualche bella soddisfazione, era la squadra del  peperoncino cafe’, un gruppo di ragazzi che non dimenticherò mai, il primo successo da allenatore, la prima coppa alzata al cielo. 


L'inizio di una bella carriera.


Pensai seriamente al ritiro dal calcio giocato, a soli 32 anni avevo collezionato troppi infortuni e andai a bussare alle porte della società che mi aveva cresciuto, ovvero la Colligiana, per fare l’istruttore di scuola calcio dove proprio quell’anno la società si affiliò al progetto Milan accademy da lì iniziai a studiare sodo, un conto è essere stato un giocatore un conto era insegnare calcio. 


Milan academy


Poi un grande amico anche oggi nel presente, Paolo Bravi, mi segnalò al presidente Gianni Quercioli del "Luigi Meroni" come un giovane allenatore di belle speranze con idee nuove, e l’anno dopo sono alla guida proprio del Luigi Meroni in terza categoria, il mio esordio a torre Fiorentina fu indimenticabile, un ragazzo di 32 anni alla guida di persone più grandi di me.


al Luigi Meroni.


Dopo l’esperienza amatori, scuola calcio e categoria,  non mi rimaneva che decidere cosa fare, e scelsi la cosa più ovvia, che ti mette di fronte il regolamento FIGC, tesserarmi per una società e fare scuola calcio e tenermi gli amatori Uisp con i quali nel frattempo passammo a 11, perché gli amici erano aumentati, e sempre come allenatore perché la paura di farsi male giocando era tanta, il portiere non lo sapevo fare, il più scassato ero io, e quindi “Ale te fai l’allenatore”.


Come da calciatore, anche da istruttore scuola calcio giro molte società, e nuove affiliazioni con società professionistiche come Empoli e Atalanta. Volevo apprendere e imparare, e quindi dopo Colligiana e Gracciano mi ritrovo al Valentino Mazzola, altro tempio del calcio per scuole calcio e settori giovanili. 



Ale coi suoi piccoli calciatori.



Sembrava tutto andare per il meglio, in pochissimo tempo mi ero affermato come istruttore di scuola calcio, sembravo capirci qualcosa anche nell’11 negli amatori, mi documentavo e facevo corsi uscendo anche fuori regione, fino ad arrivare a Novara, pensa, dove conosco per la prima volta il calcio femminile di prima mano e non solo per sentito dire.

Che spettacolo, fu amore a prima vista, ma come ti dicevo, sembrava andare tutto bene, poi con lo stesso rumore di un quadro che cade in piena notte, arriva la notizia della malattia di mia mamma fino alla sua scomparsa. Ti crolla un mondo addosso vedere spegnersi una persona giorno dopo giorno, e preferisco non andare oltre scusami. Il calcio per me fino al quel momento erano i sorrisi dei miei bambini, e le pacche sulle spalle dei miei ragazzi nell’amatori, ma se non potevo più sorridere di conseguenza come potevo fare calcio?


Ed ecco che ancora il mio grande amico Paolo Bravi arriva in mio soccorso, a lui devo molto, mi fa parlare con un dirigente del Cral mps o meglio mi convince e mi ci porta di forza, il responsabile era Claudio Peluso, tutt’oggi responsabile della sezione calcio Cral mps, e mi dice che ci sarebbe la possibilità di fare il secondo  in terza categoria con il Siena Nord di Massimo Pascuzzo e di dare una mano agli amatori del Cral mps di Vincenzo Meini.

 Dopo varie riflessioni e bevute con gli amici eccomi di nuovo in pista, o meglio in campo, partecipando a tornei, mini campionati e quant’altro sento che manca qualcosa, sono i miei bambini, quella gioia del calcio che nelle squadre dei grandi si è persa un po’. Ed eccomi di nuovo nelle scuole calcio, fra il sorriso dei miei bambini e alla fine del 2014 mi ritrovo in una società di quartiere di Siena  l’Alberino, e così  a una cena della società sono vicino a tavola con Anna Mancuso, oggi in forza al Badesse, mi parla di una squadra di calcio a 5 femminile, e che avrebbe bisogno di una mano, sia per il campo che per la preparazione dei portieri, ancora questo femminile, ancora questo treno che si ripresenta e questa volta deciso di salire, mai scelta fu più azzeccata, ad Anna devo tantissimo se oggi sono quel che sono nel femminile, mi ha insegnato come gestire un gruppo di donne scalmanate e di come tirare fuori il meglio da loro stesse. Dopo ottimi risultati parte l’annata 2017/2018 quella che per tutta la vita ricorderò come la stagione da incorniciare quella della svolta, per  impegni di lavoro di Anna mi cede il timone dell’Alberino ma è grazie agli ottimi risultati della precedente stagione se il telefono squilla e c’è un paese fuori Siena, Buonconvento, che riparte con la squadra amatoriale, con forti ambizioni; ma la telefonata che non ti aspetti e ancora quella di Claudio Peluso, con l’incarico d’affidarmi la nazionale italiana femminile della Montepaschi. Penso di non aver dormito per 2 notti; in soli pochi anni, essere un allenatore già preso in considerazione per tali incarichi è un'emozione straordinaria. 


Nell’Alberino, dopo gli ottimi risultati come preparatore dei portieri e secondo appunto di Anna Maria Mancuso, il tandem si inverte, Anna tornando al calcio giocato e io come primo allenatore, di una squadra allestita e vocata per puntare alla vittoria. E così è, dopo gli anni di sacrifici di Anna che ha spianato la strada per il successo, e toccato a me portare il primo titolo storico nella società Alberino, ma il grande merito va ad Anna e a tutte le ragazze di quella squadra soprannominata poi la “corazzata alberino” che poi ben figurò alle regionali ma soprattutto alle nazionali ottenendo un terzo posto.


Corazzata Alberino.


Contemporaneamente, a Buonconvento nell’anno della rinascita del movimento calcistico sfioriamo il piazzamento play off della promozione di soli 2 punti, con il rammarico di non esserci entrati, ma con la soddisfazione che come primo anno avevamo fatto un piccolo miracolo.


Buonconvento.


Ma i miei impegni non erano finiti, e quando tutti iniziano a godersi le meritate vacanze io invece sono già a lavoro sulla nazionale MPS, e come davvero in una favola quell’anno chiudo la stagione con un titolo italiano e un titolo europeo grazie a una squadra fantastica e a uno staff meraviglioso. 


Nazionale MPS nel 2017




La stagione 2018/19 inizia su le ali dell’entusiasmo della precedente considerato chiuso il mio ciclo all’Alberino si apre un nuovo capitolo, quello di portare per la prima volta il femminile nella società del Castellina scalo, spostandoci sulla uisp Firenze, campionato di primo livello, non ti nascondo le ansie e le paure iniziali di confrontarsi con realtà del calcio a 5 femminile con società esperte e ben organizzate. Ma la forza di un gruppo sta nel fatto che quando ti poni un obiettivo fa di tutto per raggiungerlo, e fummo campioni provinciali. E con la nazionale? Beh, bi-campioni italiani e bi-campioni europei per la seconda volta consecutiva. (NB; CHAPEAU!!!!)


Un super trofeo meritato.



Ed eccoci finalmente ai giorni nostri, alla stagione 2019/20 che nel mio cuore non verrà ricordata solo come la stagione del covid ma per un altro grande avvenimento della mia vita, dopo la conclusione della stagione vincente con il Castellina scalo per la società era tempo di cambiare, così inspiegabilmente mi ritrovai a “spasso”...ma grazie alla forte amicizia nata con Enea Cosentino mister delle Radiattive calcio a 5 femminile di Radicondoli vengo chiamato per collaborare con lui nel progetto, come lo stesso Enea è un mio collaboratore nella nazionale. La società del comune di Radicondoli era giovane, fondata solo da due anni e formata per la maggioranza da ragazze del posto e quasi tutte senza esperienze calcistiche. Il progetto mi allettava, e quindi accettai,  non dimenticherò mai quel momento perché al telefono mi arrivo’ di tutto; messaggi, vocali, telefonate di cosa ci andrebbe a fare uno come me in una squadra da 6 punti a campionato, ma volevo zittire quelle voci, volevo rimettermi in gioco, volevo dimostrare a tutti il mio vero valore, e ho conosciuto un gruppo mai così bello,unito, avevo e ho finalmente trovato “casa” , la mia famiglia, la famiglia Radiattiva!

 Il lavoro comincio’ molto presto, e iniziò da subito a dare i suoi frutti, ma ci fu un’altra bellissima sorpresa a allietare l’estate 2019, verso fine agosto arrivo’ la chiamata di Gianluca Fineschi di entrare nel progetto Badesse, avendo bisogno di un preparatore atletico, e con le mie conoscenze migliorare la tecnica delle ragazze. Fu una bellissima novità per me, qualche giorno per pensarci e una settimana dopo sono già a Uopini, per l’inizio della preparazione. Quindi fra una partita delle Radiattive, dove continuavano a fare passi da gigante, perché dopo un avvio di coppa provinciale con ben due sconfitte e un pareggio in campionato, iniziarono ad arrivare le prime vittorie, caspita era incredibile non riuscivo a credere ai miei occhi, tutta quella dedizione e attenzione verso uno sport verso quel pallone io per la prima volta l’ho vista solo con queste ragazze, e con Enea poi e stata un’intesa fulminea, imparavamo l’uno dall’altro, era incredibile!  Nonostante l’avvento del covid il nostro campionato riesce comunque a terminare con le Radiattive al quarto posto, degno coronamento di una stagione straordinaria.


Le straordinarie Radiattive, una squadra che spero di farvi conoscere meglio.



Intanto a Badesse prosegue una preparazione dura e ferrea, e rimango stupito da quello che queste ragazze riescono a darmi, sulla preparazione ho impostato tutt sull’arma vincente del campionato disputato e fermato ahimè dall’avvento del covid, cercare di sovrastare l’avversario sulla parte atletica, anche per limare il gap tecnico, e questo mix mischiato a una grande forza di rivalsa fece togliere non poche soddisfazioni alla squadra. 


Il 2019 non ha visto alzare coppe e trofei, anche con la nazionale perdemmo sia la finale italiana e la finale europea, ma eravamo arrivati in finale, e creato l’ennesimo gruppo in pochissimi giorni in pochissime ore, uno di quei gruppi che oggi è formato da molte ragazze del Badesse.




Tante di queste ragazze della nazionale MPS ora giocano nel Badesse; Riconosciamo tra le altre Linda Di Gasparro, Anna Maria Mancuso, Jessica Caligiore, Debora Velvi, Maddalena Borri e Alessandra Massaro, e la consulente sanitaria Federica Pierini accanto ad Alessandro.

 

E arriviamo alla fine del mio lungo racconto con la stagione corrente, con il covid che purtroppo si sta ripresentando,  che minaccia ancora pesantemente e condiziona il mondo del nostro sport, ma nonostante gli strascichi il calcio vuole ripartire, e l’intenzione c’è in tutte le ragazze, attuando protocolli, autocertificazioni, nonostante tutto, siamo pronti ai nastri di partenza per una grande nuova avventura, e allora come non ringraziare queste ragazze, ma soprattutto Omar devo ringraziare una donna in particolare; mia moglie Noemi, senza di lei oggi non sarei niente nel calcio, spesso e lei che mi spinge ad andare avanti e io cerco di farlo nei migliori dei modi, collaborando con il gruppo affinché sia sempre il nostro uomo in più in campo. E allora avanti tutta, TESTA CUORE E GAMBE. 

Badesse 2020/2021


Ok, giusto per aggiungere una chiusura riprendo la parola... se qualcuno non si è emozionato con questo racconto allora veramente si cerchi un altro blog da leggere, perchè non saprei cosa altro dare di più. Alessandro, avremo tanta strada da fare insieme, perchè io il Badesse non lo abbandonerò mai, almeno fino a che ci siete persone come te, Federica, il cap Benedetta e tutte le fantastiche ragazze della rosa, ma credo che non ci verremo a noia, vedo nel nostro orizzonte, specialmente alla fine di tutto il casino Covid, grandi partite, grandi bevute e grande passione, perchè nel calcio vincere non è l'unica cosa che conta, è divertirsi e partecipare l'unica cosa che conta, e quando si trovano persone come te conta il viaggio, non la meta. Grazie per tutto Alessandro, hai gettato il cuore in ogni tua parola, credo che ogni squadra che ti ha avuto sia stata fortunata, e ora tra Badesse, Radiattive, nazionale MPS tutto è li che ti aspetta, la tua, la vostra, la nostra passione durerà più della pandemia, si toglierà dalle palle prima il virus, noi saremo sempre sul pezzo e tutto ricomincerà a pieni giri. Grazie per tutto quello che hai fatto, che fai e che farai per il calcio e le ragazze, e a prestissimo.




domenica 1 novembre 2020

VALERIA MAZZOLA, L' IMMENSITA' DEI NUMERI PRIMI.

 Care lettrici e cari lettori, buona domenica.

Chiedetemi se sono felice. Si, lo sono. Perché oggi per me è più domenica di un'altra domenica qualsiasi, perché si realizza un sogno, avere sul blog la più grande portiere del calcio toscano recente, colei che col suo fisico eccezionale e col suo talento cristallino ha scritto la storia del calcio senese, portando la squadra fino alla Serie A poi mai disputata poiché la società è fallita, tutta la carriera di Valeria è stata in società rese grandi da lei e una generazione di fenomene e poi fallite, pensateci;  una vita sportiva da novella Sisifo, a raggiungere la vetta, cadere ogni volta e ricominciare la scalata daccapo, cose che avrebbero fatto passare la voglia a tante e tanti, ma non a lei, perché quel Siena di campionesse la A se l'era guadagnata sul campo e forse, in quel calcio femminile pre-straniere e pre-procuratori vi avrebbero scritto pagine indelebili nel calcio femminile, questa è una delle più grandi favole calcistiche mancate, ma non è tempo di rimpiangere ciò che non è stato, è tempo raccontarne i frammenti che restano, e di celebrare l'unica, meravigliosa, inimitabile, fantastica, favolosa, imponente, magnifica VALERIA MAZZOLA, la numero 1 delle numero 1, che per me è anche una carissima amica che mi ha aiutato tanto col progetto, ma ALT! io non esagero per piaggeria, lei è veramente ciò che ho detto.


"Il giorno in cui avrei potuto anche morire"

Preparatevi a un viaggio in vent'anni di calcio femminile, preparatevi a momenti leggendari, e soprattutto preparatevi a Valeria, una persona unica.

Ok, iniziamo.


Ciao Valeria, benvenuta su "Il viola e il rosa", innanzitutto vuoi presentarti ai lettori? 


Ciao a tutti, io sono Valeria Mazzola, ho 34 anni, sono nata a Napoli ma vivo a Siena, e di me ci sono da sapere due cose; amo il calcio e amo la musica, suono infatti la chitarra nel mio gruppo, le I Scream.


E la suoni benissimo, in un gruppo fantastico i cui CD sono stati la colonna sonora della mia estate...e la sera del primo settembre, già due mesi fa, l'emozione di veder suonare dal vivo te e Ilaria e cantare Angela, hai una presenza scenica fantastica, e il rock negli occhi quando suoni...ok, scusa, sto divagando ma quando leggo "I scream" il cuore mi vola.


I miei cd delle I Scream; sul primo potete vedere gli autografi di Valeria, Ilaria e della cantante Angela, le dediche all'interno di Mare Calmo me le tengo per me, sono troppo personali. Non ve li presto eh, comprateveli, Natale è vicino...



Parliamo di Valeria bambina; chi o cosa ti ha fatto innamorare del calcio? E i tuoi primi calci al pallone sono stati coi bambini per la strada, un qualcosa ancora tipico per la nostra generazione, mentre ora se ne vedono sempre meno?


Ho iniziato a giocare a calcio da piccola grazie, e per colpa, di mio fratello; io di mio non amavo giocare a calcio, non mi interessava molto, ho fatto tanti sport tra cui basket, nuoto, equitazione, atletica leggera, scherma (una mia grande passione) fino a che infine non sono approdata al calcio, e avevo già la tecnica in quanto, come detto, mio fratello da piccolo quando tornava a casa voleva giocare con qualcuno e io ero l'unica disponibile, quindi ero "obbligata" a giocare ma questo mi ha permesso di conoscere questo sport, e comunque mi ha avvicinata anche ai ragazzi, ai campetti da calcio, sono cresciuta in mezzo a loro e questo mi fa piacere, perché ora che siamo grandi tanti amici ed ex compagni di mio fratello si ricordano di me, è una sensazione tenera, anche perché io essendo del 1986 all'epoca ero una vera eccezione, eravamo veramente poche a giocare a calcio, quindi era facile ricordarci. 


Mi piacerebbe vederti tirare di spada...ogni volta rimango sbalordito dalle tante cose che sai fare, ti giuro.

Mi hai detto che hai iniziato nell'accademia di calcio della tua Napoli; cosa ricordi di quella prima esperienza?


Come ti dicevo ho iniziato a giocare nei campetti, ma nel 1998, quando già ci eravamo trasferiti a Siena, ci siamo ritrasferiti a Napoli per motivi lavorativi, e in quell'anno che ero in seconda media ancora non avevo scelto il calcio; ma quando siamo arrivati a Napoli seppi che un mio cugino aveva fondato la prima accademia di calcio della città, e quindi chiese a mia mamma se mio fratello voleva partecipare, e nel parlare disse con entusiasmo "Ma perché non fai iscrivere anche Valeria?" fece presente che sarebbe stata una cosa innovativa per l'epoca, e quando mi chiese se volessi giocare gli risposi senza esitare di si, ma non sapevo certo a cosa sarei andata incontro; è stata un'esperienza tosta se non tostissima, era il 1998, ricordatevelo bene, e di donne in accademia non se ne vedevano, ero l'unica in tutto il campionato napoletano e quindi mi sono ritrovata a vivere tutta una serie di disagi che l'essere unica ti comporta all'interno di uno spogliatoio; essere l'unica ragazza presupponeva che mi cambiassi da sola, non poter vivere lo spogliatoio è penalizzante...è un'esperienza che ricordo comunque con affetto, ma con il senno di poi mi rendo conto che è stata davvero molto dura, non per usare luoghi comuni ma da napoletana doc ti posso dire che con certe mentalità un po' arretrate ho dovuto farci i conti, specialmente quando andavamo a giocare in provincia o nell'entroterra; come spesso succede da nord a sud si ritrovano spesso molti stereotipi che in quell'anno ho subito parecchio, dagli spalti non c'erano sempre commenti piacevoli sul fatto che una ragazza giocasse coi maschi, ma nella mia "incoscienza" sono stata più forte di tutto questo e sono riuscita ad andare avanti. 


Sei SEMPRE stata più forte di tutto, quella al massimo era la prima volta in cui ti sei cimentata in qualcosa di grande e hai vinto la sfida.

Sfide vinte.

Hai sempre giocato portiere oppure hai provato anche altri ruoli? Nell'Alter Ego sappiamo che giochi dappertutto, ma nel calcio a 11?


 No, non ho sempre giocato come portiere, anzi la mia storia calcistica è piuttosto strana; all'epoca dell'accademia infatti giocavo attaccante, ho iniziato proprio come punta, e l'ho fatto anche nel Siena Nord e nell'Uopini; in realtà fare la giocatrice di movimento è una cosa che a me piace tantissimo, io dico sempre che non gioco a calcio, io sono un portiere, che è ben diverso, perché essere portiere è uno sport nello sport, per quello mi piace cimentarmi anche nel gioco da calcio "vero" quello in cui si usano solo i piedi. 

La mia carriera da portiere è iniziata così; giocavo da attaccante ma non riuscivo, un po' per indole e un po' per testa, a non seguire determinati schemi, ero molto, troppo istintiva, fatto sta che il mio allenatore al Siena Nord, Walter Parrini, iniziò a cambiarmi di ruolo in ruolo, per poter capire dove questa ragazzina calcisticamente ribelle di 16 anni  poteva essere collocata; da attaccante non rispettavo le regole, a centrocampo uguale, ala e difensore idem, mi cambiò talmente tanti ruoli che a un certo punto io, per provocarlo, gli dissi "Mister, ma perché non mi metti in porta? mi manca solo questo!" e fu così che, all'ultima partita col Siena Nord contro la nostra acerrimissima rivale, ovvero....il San Miniato Siena, all'epoca era un vero derby, mi mise in porta gli ultimi 10 minuti, ci fu una conclusione e risposi con  una parata molto istintiva, e finita la partita il mister mi disse "Sai che hai fatto una parata niente male? ti va l'anno prossimo, nel bisogno, di fare da secondo portiere?" Io dissi di si, e quella fu l'inizio della mia escalation al numero 1.

Una intensissima istantanea di Valeria.

No vabbè, ora capisco tante cose, tipo che questa estate nelle nostre serate di calcetto post-teatro mi hai fatto una caterva di goal, hai un tiro a rientrare che è una meraviglia, imprendibile, hai i piedi più buoni di tante altre giocatrici di movimento che conosco (non faccio nomi ovviamente... :D )  e ora mi spiego tutto. 

Il Siena Nord tra l'altro è stata la tua prima società tutta al femminile; sei maturata calcisticamente in questa società? cosa ci puoi raccontare della tua prima avventura ufficiale in una squadra di sole ragazze?


Fu una bellissima esperienza, come tutti gli spogliatoi sono stati una bellissima esperienza per me; ero molto piccola, c'erano ragazze assai più grandi di me, io avevo nemmeno 16 anni, c'erano persone anche di più di 30 anni. Mi ricordo però molto bene il "Limite" e per limite intendo che lo spogliatoio era fatto di persone, dalla più grande alla più piccola, ed era evidente tutto l'aiuto e l'insegnamento che le più grandi davano alle più giovani, e questo me lo ricordo bene in quanto per me è stato importante l'aiuto delle veterane, quando mi prendevano da parte e mi rispiegavano una cosa detta dal mister che non avevo capito, oppure quando mi calmavano in un momento di nervosismo; io per spogliatoio intendo questo, l'ho vissuto come un luogo dove poter imparare e dove conoscere persone da prendere come esempio, ci sono persone che porterò sempre nel cuore, ma ogni persona, nel bene e nel male, mi ha insegnato qualcosa.


Che poi quando il tempo passa e si matura si tende a tenere il buono in ogni cosa, almeno credo, le meschinità passano e diventano moniti per il futuro e gli insegnamenti belli restano, credo che sia l'unico modo di andare avanti nella vita come nello sport.

 Poi per te c'è la Uopini Siena, altra avventura nella stessa città; che ci puoi dire di questa seconda esperienza? 


La mia carriera calcistica io la divido in un prima e un dopo; il prima sono i primi anni e i due anni al Siena Nord in serie D e C, poi esso è fallito ed è diventato Uopini, per due anni la squadra si chiamò Uopini Siena e il percorso fu lo stesso che col Siena Nord, partiti dalla D e promosse in C. Dopo c'è stata la Parentesi Stella Azzurra, ed è qui lo spartiacque si può parlare di una Valeria prima e dopo la Stella Azzurra. 

Quando sono andata a Uopini la mia vita non solo calcistica è cambiata; feci una prima annata importante e fui contattata dalla Grifo Perugia, che all'epoca giocava in serie A, e rifiutai l'invito in quanto durante l'anno mi ruppi il dito mignolo della mano destra, fu una frattura veramente brutta, mi tolsi il guanto e vidi il dito spostato e nell'incoscienza dei 17 anni lo rimisi a posto da sola continuando a giocare, e qualche mese dopo me lo ruppi di nuovo e per paura di rompermi altre dita in una categoria dove la palla correva più veloce dissi di no alla proposta del Perugia, preferendo restare in una serie minore e accettare la proposta della Stella Azzurra di Arezzo nella quale ho conosciuto, e non c'è altra definizione, le persone della mia vita, non solo calcistica. Un aneddoto carino dell'epoca è questo; approdata alla Stella Azzurra avevo ancora talmente paura  di rompermi le dita  che per due anni ho parato senza usare la mano destra, e sotto ai guanti da portiere, per ulteriore protezione, mettevo anche dei guanti di lana! e poi la Stella Azzurra è anche la prima squadra dove mi sono presentata ufficialmente come portiere, a Uopini avevo finito la stagione in porta sostituendo la titolare che si era infortunata ma era ancora un ruolo "transitorio" per me, ma da questo momento sono sempre stata in porta.


E allora parliamone, di questa Stella Azzurra che tanto ti emoziona e ha significato tanto per alcune delle calciatrici che più stimo, a partire ovviamente da Ilaria Ciofini. Sono quelle società che tengo a far conoscere ai nostri lettori, ci puoi raccontare com'era fare parte di questa squadra dal nome suggestivo (almeno per me che da ragazzino ero tifoso della Stella rossa di Belgrado, quindi piacevoli assonanze) che negli anni scorsi era una delle più importanti del calcio femminile toscano, anche se la fine che ha fatto è stata ingloriosa e crudele verso voi calciatrici?


Alla Stella Azzurra.


Per me quello alla Stella Azzurra è un periodo bellissimo, e visto che a ogni squadra io associo un termine per definirla, per me essa è FAMIGLIA, è sentirsi a casa, è dove, come ti ho detto, ho incontrato le persone per me più importanti, Come Ilaria Ciofini, Giulia Bruci, Elisabetta Fortunati, Simona Giorgini, Costanza Mascilli...ma sono miriadi le persone che ho conosciuto in quel posto meraviglioso e che mi hanno insegnato tantissime cose tra cui il legame, che è ancora più del concetto di gruppo; quando c'è il legame puoi vincere qualsiasi battaglia e abbattere qualsiasi barriera, e infatti abbiamo conquistato due promozioni, dalla D alla C e dalla C alla B. Alla Stella azzurra ci sono stata in due riprese, nel mezzo c'è il mio trasferimento al Siena in serie A2, e dopo il primo fallimento senese tornai ad Arezzo per vincere il campionato di C e affrontare quello di B. Mi ricordo che giocavamo addirittura allo stadio di Arezzo, per una squadra femminile era importante cimentarsi in queste realtà che di solito non esistono per noi, ma nelle squadre in cui sono stata spesso ho dovuto fare i conti con quel delirio di onnipotenza che, a ogni promozione, porta le dirigenze a farsi prendere la mano, a mettere regole ferree o dare delle direttive o inondare le squadre di nuovi acquisti di fatto sconclusionati, non lo dico per le ragazze che arrivavano con le quali non ho mai avuto problemi ma bisogna avere anche una certa delicatezza nell'immettere nel gruppo elementi nuovi, spesso le società vogliono essere "professioniste" senza sapere come si fa; un gruppo ha delle dinamiche che non vanno toccate, o meglio vanno gestite con grande cura, perché se nel femminile irrompi nelle dinamiche di spogliatoio fai peggio che meglio, che poi nell'anno successivo la squadra tende a sfaldarsi a causa degli equilibri stravolti, e questa è una cosa che ho sempre notato da parte di tante società, fare il passo più lungo della gamba pensando di avere tutto sotto controllo è un errore piuttosto comune. Quello che penso io è che se una cosa funziona non vedo perché debba essere toccata; se un gruppo funziona e ha bisogno di qualche piccolo rinforzo è giusto intervenire con oculatezza, non c'è bisogno di rifare squadre intere, ma nelle società di solito l'atteggiamento è quello opposto; in ogni caso dopo il Siena fallì appunto anche la Stella Azzurra, e ci ritrovammo tutte noi di fronte all'ennesima chiusura, non voglio entrare troppo in particolari su quello che è successo ma è chiaro che ho opinioni ben precise in merito, ma detto questo non voglio ergermi sopra nessuno, non ho mai gestito una società e non spetta a me parlarne, capisco che ci possano essere cose molto difficili da affrontare ma l'unica cosa che voglio esprimere, poiché sono nella posizione di esprimerla, è questa; io sono una calciatrice e sono una ragazza che vuole fare sport, come posso fare per giocare, divertirmi e portare avanti un percorso sportivo senza che tutte le squadre dove vado debbano puntualmente fallire? San Miniato, Siena, Stella Azzurra, è finita sempre male, e da quello che ho potuto notare è che non si riduce tutto al solo "mancano i soldi" che quello sarebbe di per se comprensibilissimo, oltre a questo ce ne sono tanti altri aggiunti che nascono per cose dove le giocatrici nemmeno dovrebbero essere coinvolte, ma poi alla fine le uniche che pagano veramente sulla loro pelle un fallimento siamo noi, le ragazze che vogliono solo giocare a calcio.


La famiglia di Valeria; con il suo "Piezz'e core" Ilaria Ciofini; in maglia Alter Ego amaranto prima della svolta giallorossa (Con Valeria giocatrice di movimento e Ilaria in porta!)




Vari compleanni...


I trionfi con l'Alter ego, con Ilaria e altre familiari; Giulia Bruci, Simona Giorgini e la leggendaria Betty, la prima allenatrice di tutte loro, che saluto caramente. 


Sono completamente d'accordo con te, società che si montano la testa e commettono errori madornali ce ne sono anche in serie A (e le squadre toscane attualmente sono campionesse in questo..), ma è un male comune in ogni categoria. Secondo me nel femminile, ancora più che nel maschile, vince chi ha il gruppo più solido e affiatato, se poi in una rosa si ha anche del talento puro certo non guasta, ma il solo talento, in uno sport come il calcio, parte a cavallo e torna a piedi. 

Poi torni al Siena, ormai al tramonto della sua breve ma intensa storia calcistica, che terminerà con il fallimento del 2016, peraltro dopo un campionato di A2 vinto! Come è stato vivere gli ultimi anni di questa compagine? e quanto è stato doloroso non affrontare la serie A con tali compagne di avventura? 


Bene, il Siena. Continuando il gioco di assegnare una parola a ogni squadra in cui sono stata, per me il Siena è SFIDA, sotto ogni punto di vista; calcistico, personale, caratteriale, umorale...tutto, è stata una sfida verso tutto, e sono cresciuta moltissimo sotto ogni punto di vista, tramite grosse soddisfazioni e persone che mi hanno guidato, ma è stata anche fonte di grosse amarezze e delusioni. 

Qui si sviene dalla qualità... nomi a caso;  Mazzola, Baldi, Ceci, Migliorini, Fambrini...datemi retta che si sarebbe volati alti.


Quando sono arrivata a Siena venivo dal clima familiare della Stella Azzurra, dove vi erano delle regole ma anche una certa elasticità, Siena invece era un ambiente molto rigido al quale ero impreparata, non avevo idea del salto di categoria in questo senso, non avevo mai affrontato l'A2 nonostante avessi avuto molte proposte da squadre importanti. E' stato difficilissimo ambientarsi, era tutto un altro livello, io ero abituata a vivere il calcio come gioco, come una grande famiglia, e questo nel Siena non c'era perché si giocava sempre col coltello tra i denti, si giocava per arrivare, se la partita non  andava bene negli spogliatoi vigeva il silenzio, se facevi qualcosa di sbagliato pagavi multe, tutto un altro tipo di mentalità con il quale sulle prime ho avuto grandi difficoltà, soprattutto a integrare la realtà Siena con il mio stile di vita, da musicista ho questa simpatica contraddizione in essere nella quale un musicista vive il sabato sera e uno sportivo la domenica mattina, e questo  è un contrasto molto forte; io ho fatto degli sbagli al Siena, lo dico senza problemi, perché non riuscivo a conciliare queste due attività e la domenica mattina mi è capitato di essere stanca per aver fatto tardi la sera prima, e non ho vergogna a dire certe cose poiché è la mia vita, il mio essere, e fortunatamente dopo un certo periodo sono riuscita a conciliare meglio le due cose. Detto questo è stato un periodo meraviglioso dove sono cresciuta moltissimo in ogni senso, ho trovato persone incredibili, incontrato talenti eccezionali sia in squadra che come avversarie, imparato tanti trucchi del mestiere, per dirla alla napoletana la famosa "cazzimma" a suon di schiaffoni sportivi; la serie A è una cosa che ti tempra, che ti mette di fronte a te stessa e ti dice "Fammi vedere qual è il tuo limite" e ho sputato sangue per dimostrare a me stessa e agli altri cosa sapevo fare, anni difficili e intensissimi che mi hanno portato a guadagnare la massima categoria; c'è stato un momento nel Siena dove il nostro mister Montanelli, una figura che porterò sempre dentro di me in quanto è una tipologia di persona che, nel bene o nel male, auguro di incontrare a tutte/i, perché comunque ti fa crescere, ti mette alla prova. Purtroppo Montanelli nell'ultimo anno ci lasciò a metà stagione e praticamente ci autogestivamo, specialmente noi più grandi; io in quel periodo preciso non avevo un gran rapporto con le altre ragazze, si erano spaccate un poco di dinamiche, e quindi tra le veterane mi sentivo messa in disparte in quanto non avevo troppa voce in capitolo nelle decisioni che loro prendevano. 

Come sopra. Stellari.


In quel periodo tra l'altro giocavo con una giovanissima Rachele Baldi, all'epoca sedicenne,  una delle persone più belle che abbia mai incontrato in questo ambiente e anche se ora è tantissimo che non la rivedo ricordo sempre con grande affetto e che ci tengo a salutare; ma anche per il suo talento, che conosci benissimo, fui messa da parte in suo favore, e questa cosa mi fece talmente male che io a una partita dalla fine, che ci bastava un pareggio per andare ai playoff, volevo smettere, ero arrivata al limite della sopportazione per tante situazioni che mi facevano stare male, e non nego che alcune volte sono arrivata a casa dopo allenamenti e partite che stavo malissimo, mi sono sentita sormontare da tutte queste cose. Ma il mio preparatore atletico Fabrizio Vanni mi disse "No Vale, tu non devi mollare, devi arrivare fino in fondo perché la serietà è questa, portare le cose a termine, poi dopo trarrai le tue conclusioni ma nel frattempo resta" e fortunatamente gli detti ascolto poiché da un punto di vista umano aveva ragione, e sfortunatamente per lei Rachele si ammalò di mononucleosi, quindi a me  che ero stata panchinata e che non avevo buoni rapporti col buona parte del gruppo chiesero di andare in porta, e dissi di si; non ti dico nemmeno con quali ansie sono scesa in campo, fatto sta che si pareggiò la partita per 1-1 potendo accedere ai Playoff.


Una chicca; Valeria con una giovanissima Rachele Baldi (ringrazio Rachele per il preziosissimo contributo)


Aspetta, scusa se ti interrompo, vorrei far risaltare a parte il Playoff con la Res Roma; uno spareggio altamente drammatico, arrivano i calci di rigore, infiniti, fin a che dopo le dieci giocatrici di movimento tocca calciare il penalty a voi portieri; una sei tu, l'altra è Rosalia Pipitone, leggenda romanista e terzo portiere nella nazionale di Milena Bertolini al mondiale 2019; ci vuoi raccontare come finì la vostra personale contesa?


 Mi affacciai a quella partita guardando il numero che avevo sulla schiena; il numero 1, che è solo, unico, e ho capito nell'immensità di quel momento tutta la solitudine del portiere, uno dei momenti più forti e toccanti della mia vita sportiva.

La partita fini 1-1, e arrivammo alla lotteria di rigori, e ce ne furono ben 22, calciarono tutte le giocatrici di movimento e come sai dopo tocca ai portieri. Arriva Pipitone, calcia e io le paro il rigore, ero felicissima ma ora toccava a me calciare; e mi ricordo che prima di tirarlo mi sciolsi i capelli e misi i guanti in terra, andai verso il pallone e mi dissi che volevo tirare questo rigore per come sono io, per quello che volevo, mi sciolsi i capelli perché volevo che il mio rigore fosse l'ultimo evento di quella partita, che non ci fosse altro da fare che non festeggiare; infatti calciai e segnai, e credo che l'emozione dopo aver visto la palla entrare fu una delle più forti e profonde della mia vita, la metto nella mia top five, perché per quello che avevo passato, per come mi sentivo e per la difficoltà vissuta in tante situazioni sapere di aver vinto quel playoff grazie al mio rigore fu una rivincita e una soddisfazione immensa. 

"Mi sciolsi i capelli e misi i guanti in terra"....da campionessa di tutto con l'Alter ego, in quel 30 giugno 2019, non ti sei dimenticata di quel giorno e di quel rigore.


Quel giorno, dopo fatta la doccia, Serena Patu mi chiese come stavo dopo tutte quelle emozioni, e io le risposi "Sere, questo è uno di quei giorni nei quali se io morissi non avrei rimpianti" e lei mi guardò e mi disse che avevo detto una cosa veramente bella, perché lo provavo veramente, fu un riscatto umano e calcistico senza paragoni, e poi dopo ci fu la partita finale del Playoff contro il Fiammamonza che vincemmo e che ci valse la serie A, e conquistarla da titolare è stata la realizzazione di un sogno, i giorni seguenti furono meravigliosi, nonostante i rapporti tra di noi fossero rimasti tesi quella vittoria allentò tutto, eravamo solo un gruppo di ragazze che festeggiava la serie A, un traguardo impossibile da raggiungere senza un Mister e con una società che era già fallita quando noi ci stavamo giocando la  serie A, eravamo SOLE, e vincere SOLE CONTRO TUTTE E TUTTI, contro armate di squadre organizzate fu un miracolo calcistico come una Spal che vince lo scudetto nel maschile, quella serie A che non abbiamo fatto ce la siamo conquistata noi, tutta noi. Fu comunque una doccia fredda quando ci confermarono che la società era definitivamente fallita, la serie A è l'unica cosa che mi manca e di questo ho un piccolo rimpianto, non è dipeso da me ma è lo stesso un  rimpianto, in quanto stavamo viaggiando a pieni giri e ci hanno strappato quel sogno. Comunque quel calcio di rigore segnato alla Pipitone è stato il punto più alto della mia carriera senese e forse calcistica. 

Vabbè, qui si piange. Mazzola-Fambrini-Migliorini e ciaone.

Lo ripeto, con una società solida alle spalle non so cosa avreste potuto combinare in serie A, io personalmente sono sicuro che avreste fatto il botto, insidiato le favorite...possiamo tranquillamente immaginare qualsiasi scenario, con quel Siena era lecito sognare fortissimo.

Arriviamo ora al San miniato- Siena, finora la tua ultima squadra nel calcio a 11, che dopo un'annata forse al di sotto delle aspettative ma comunque decorosa ha cessato di esistere in una tristissima sera dello scorso luglio, un avvenimento al quale ho mio malgrado assistito di persona essendo li per assistere allo spettacolo teatrale di Costanza Mascilli; ricordo ancora la delusione e la disillusione in tutte voi, e mi ha fatto male vederla. Ma torniamo indietro, a quando il San Miniato era una bellissima e vincente realtà, quali sono i ricordi più belli che ti porti dentro?

Il San Miniato delle stelle.

Veder finire una realtà come il San Miniato è stata una cosa spiacevolissima, come ti ho già accennato purtroppo nel calcio femminile intervengono delle dinamiche che fanno male a tutto il movimento, non metto mai in discussione la volontà di qualcuno o qualcosa però certe decisioni prese a mio personalissimo avviso sono state molto, molto opinabili, quindi sia per una questione personale che di carattere preferisco prendere i fatti per come sono, è una realtà finita e non importa più di chi è la colpa, e bisogna tenerne il bello, ossia la consapevolezza che ho fatto parte di quella bellissima storia; Il San Miniato è stato RIVINCITA, la rivincita dei perdenti, per una serie di motivi incredibili; noi eravamo una squadra creatasi per caso, dopo il fallimento del Siena io e altre ragazze, come ad esempio Costanza Mascilli, ci convincemmo, anche per la vicinanza a casa, di andare a giocare in questa squadra e da li ritrovai tante compagne di squadra di prima del Siena tra cui Giulia Bruci, Ilaria Ciofini, Serena Chellini detta il Giaguaro, Giulia Martini, Clara Meattini, Francesca Solazzo e così via, e poi  ragazze  che ho conosciuto proprio in quell'occasione e con le quali ho avuto un bel rapporto (fortunatamente le belle persone non sono mai mancate nel mio percorso) come Costanza Gangi, Carlotta "Totta" Bernardini, Federica Beligni, Benedetta Gorelli e tantissime altre.

Questa ve la dico al volo; Meattini, Mazzola, Solazzo, Toppi, Tamburini, Gangi, Bernardini, Pini, Bruci, Mascilli e Fambrini. Questa è la formazione che giocò e vinse la coppa Italia 2019.


Detto questo è stata una rivincita dei perdenti poiché prima di allora il San Miniato non era una squadra di vertice, anzi navigava nei bassifondi della classifica, e noi come piccole formichine abbiamo costruito il nostro sogno; una delle cose che ricordo con più piacere è il nostro motto, ovvero "E ora come allora, al San Miniato mai" come a dire che nessuna era mai voluta andare a giocare al San Miniato in quanto la squadra non aveva appeal, ma a ogni vittoria ci sentivamo, noi considerate, non so quanto a ragione poi, la squadra delle "reiette" sempre più consapevoli, questo motto era quindi una provocazione, guardate le piccole cosa possono fare, se rifiutate il San Miniato è perché non sapete che gruppo fantastico stiamo diventando, eravamo una specie di Chievo Verona dell'epoca, quelle realtà che non diresti mai che ce la potrebbero fare e invece a ogni giornata, a ogni campionato conquistano credibilità e forza. E non solo ce l'abbiamo fatta, ma nella stagione 2018/2019  abbiamo conquistato un primato che, a parte il Florentia, nessuno mai ha conquistato in toscana nel femminile, ovvero il famoso  "Triplete" Coppa Toscana, Coppa Italia e Campionato di eccellenza, e poi capocannoniere, miglior difesa...facemmo veramente il botto, e questo non ce lo toglierà mai nessuno.

Con Ilaria dopo la vittoria della seconda coppa regionale.


 Quello è stato uno degli anni calcistici più belli della mia vita, eravamo un corpo unico, era una festa, una gioia stare insieme, gli allenamenti, le trasferte, il post partita...e questa cosa me la porterò per sempre nel cuore, quelle facce, le facce del giorno in cui abbiamo vinto la Coppa Italia, me le ricorderò tutte, dalla prima all'ultima, perché sono state parte di un percorso, parte di una storia e parte di me, e sono contentissima di aver giocato nel San Miniato, e vincere per l'ennesima volta insieme alla mia famiglia e a persone che adoro è stato semplicemente meraviglioso.


Tri-ple-te. Di un corpo unico.


Come canta Fiorella Mannoia "Il tempo non torna più" ma se mi fosse restituito qualche anno, potessi tornare indietro, una delle cose che farei è seguire ogni partita del San Miniato, starvi vicine giornata dopo giornata, mi sono perso un qualcosa che forse non tornerà e una generazione calcistica che, come quella del Firenze di Alia Guagni e Giulia Orlandi, forse a livello toscano rimarrà irripetibile.

 Ma ora devo fare l'egoista; con tutto il dispiacere per la fine del San Miniato devo dire che non tutto il male viene per nuocere, visto che per mia grandissima gioia sei approdata nel mio, anzi nel nostro San Giovanni calcio a 5, uno dei cinque grandi colpi di una campagna acquisti favolosa, e per me vederti arrivare è stata una cosa di una bellezza unica, non sai quanto sia felice di passare anche insieme a te quest'annata calcistica e non nascondo che la tua presenza è stata un grande incentivo per accettare l'incarico offertomi dalla società.

 Ma come mai hai scelto il calcio a 5? Per te comunque non è un'esperienza nuova, visto che hai militato per anni nell'Alter Ego di Ilaria Ciofini che ha vinto tutto il vincibile, ma pensi che all'inizio per te sarà comunque difficile ambientarti nella nuova realtà?

La prima foto in maglia Sangio.


Il San Giovanni è stata una scelta più ponderata di altre, non per una questione calcistica ma personale, perché come ti ho già detto ogni squadra  legata anche a un momento di vita preciso, e i rapporti col San Miniato non sono finiti in modo idilliaco, nelle ultime partite ho avuto dei problemi (sorvoliamo sui motivi) e ho preferito fare un'altra scelta. Come ti ho già accennato tante cose del calcio a 11 non mi rispecchiano più eticamente, non nego di essere anche in la con gli anni anche se mi sento ancora in forma e credo di poter dare ancora qualcosa a questo sport (NB AVOGLIAAAAA!!!) ho deciso semplicemente di cambiare, nella mia vita calcistica ho vinto tanto, non "tutto" ma tutto quello che volevo, e di questo ne  vado orgogliosa, è giusto anche darsi una pacca sulla spalla a un certo punto della carriera, quando ti rendi conto di aver raggiunto degli obiettivi, non è arroganza ma un segno di autostima, non è superbia dirsi "Brava!" a un certo punto se quello che hai fatto ti rende felice, e quindi ho pensato semplicemente che a 34 anni, considerando tutto quello che era successo di bello e meno bello, la scelta migliore che potessi fare era semplicemente rimettermi in gioco in una cosa che non avevo mai fatto nella Figc o praticato come sport a tutto tondo; sono stata nell'Alter Ego, con questa squadra Uisp ho vinto tutto quello che c'era da vincere, ma farlo come un ruolo a tutto tondo è una nuova sfida, mi sono detta di provare un'altra avventura, di non adagiarmi su quello che è la mia esperienza a 11 o tutta una serie di cose che so già che posso fare. 

Domenica scorsa; il presente (grazie a Marco Bilenchi per le foto in maglia Sangio)


Sono entrata in un gruppo tutto nuovo e in una società che mi ha lusingata cercandomi molto, è stata pronta ad ascoltarmi anche a livello emotivo, considerando anche i problemi da me avuti nella scorsa stagione, quindi ho trovato una società più che predisposta, un gruppo magnifico dove ho ritrovato la mia famiglia, perché inconsciamente o meno continuiamo sempre a cercarci, e quindi per me è una scommessa che non è detto che vinca, causa Covid, causa distanza poiché Siena - San Giovanni è quasi un'ora di macchina ogni volta, semplicemente io e la società ci siamo guardati negli occhi e detto "proviamoci" vediamo cosa ne esce fuori, alcune volte succedono i pastrocchi e altre volte cose meravigliose, fatto sta che mettersi sempre in gioco nella vita è  stimolante, quindi a prescindere da come vada sono felice di aver intrapreso questa scelta.

E come vuoi che stia andando Vale, hai fatto una partita contro il Firenze monumentale, hai parato tutto il parabile, dato sicurezza alla squadra ,persino lanciato attaccanti a rete, ok io sarò di parte ma cavolo, avevo le lacrime agli occhi, la prima partita ufficiale dal vivo che vedo della mia amica e fai un figurone pazzesco, quando ti ho avuta davanti mi sono letteralmente inchinato al tuo cospetto, al tuo genio calcistico, avrei voluto che quella partita non finisse mai. Ora il governo potrà fare quello che vuole, anche stoppare tutti i campionati, ma io ho visto, filmato e commentato la tua prima partita ufficiale nel nostro Sangio e questo non me lo toglierà mai nessuno, è un super-ricordo.

Regina dell'area. Non si passa.

Nelle nostre chiacchierate abbiamo ovviamente parlato anche di calcio del presente, e alcune tue riflessioni sulla situazione attuale mi hanno veramente colpito; secondo te negli ultimi anni il calcio femminile, pur avendo fatto passi da gigante, sta però cambiando in alcuni suoi aspetti?

 

Ora come allora, famiglia.

In questo momento il calcio a 11, come detto, non mi rispecchia più per tante cose; non voglio fare polemiche inutili, il mondo cambia e con esso il calcio e forse sono io a non volere più far parte di un sistema al quale non sono più abituata, magari è una cosa che trascende da me e non riesco a entrarci fino in fondo, ma l'esperienza di vita che ho avuto mi ha portato a elaborare dei concetti che sono semplici; una squadra di calcio non è altro che una società di persone, una società che puoi trovare anche nella vita di tutti i giorni; all'interno di una comunità bisogna cercare di infondere due cose fondamentali per vivere al meglio; c'è bisogno di equilibrio e c'è bisogno di TUTTI. E in ambito calcistico il concetto è lo stesso, in una società c'è bisogno sia della giovane promessa di talento che vuole spaccare il mondo e aspira a traguardi importanti come c'è bisogno della vecchia bandiera che ha fatto tanto per portare la squadra in alto e alla quale si deve rispetto, perché per quanto se ne dica e se ne voglia, ed è questa la critica che voglio fare alle società odierne, noi degli anni ottanta siamo le ultime che hanno dovuto lottare anche solo per farlo continuare, il calcio femminile, noi abbiamo dato tanto al calcio e possiamo ancora dare tanto, non dico ancora sul campo (anche se tante di noi si sentono ancora più che in forma)ma anche a livello di spogliatoio; io ho la percezione che invece tante società stiano formando nuclei di squadre con ragazze talentuose ma un po' sperdute, senza una vera guida,  c'è bisogno di un faro sia in campo che nello spogliatoio, e la realtà dei fatti per quello che ho visto io è che ogni volta che è stata toccata questa dinamica qualcosa si è rotto, se non addirittura, come in tanti casi, le squadre si siano anche sciolte, perché ripeto, c'è bisogno di tutto. Il mio vecchio allenatore Montanelli amava paragonare i calciatori ai cavalli; ci sono i cavalli belli che corrono eleganti e compiono salti perfetti, e poi ci sono cavalli che li carichi come muli e ti arrivano in cima a una montagna; non c'è un cavallo migliore o più bello, c'è un cavallo utile all'occorrenza, e soprattutto tutti e due sono utili l'uno all'altro. E quando vengono rotte queste dinamiche decidendo di procedere in una sola direzione poi qualcosa non va, poi ovviamente non sono fuori dalla realtà o troppo schierata dalla mia parte, però credo che dare dei punti di riferimento a giovani ragazze che vogliono spaccare il mondo sia fondamentale, ed è proprio grazie al lascito di quelle persone che si continua a tramandare una memoria di rispetto non solo verso lo sport ma anche verso le persone che lo hanno reso grande, e se viene meno questa dinamica le "piccole società" che sono le squadre di calcio rischiano di diventare come quella grande la fuori, una società consumistica dove prendono il meglio di te senza farti sedere un attimo, rilassarti e dire "Ok, goditi lo spettacolo di quello che hai fatto finora e continua a darci una mano", è questo quello che io sento ma purtroppo invece la realtà è che noi veniamo prese e poi buttate per tanti motivi che sono per me inconcepibili, come per l'età o essere messe alla porta senza pietà perché una giovane promessa emerge di colpo; ho volutamente amplificato il concetto,  voglio che arrivi chiaro l'amaro che alla fine ti lasciano.


Sai, Valeria, a volte sogno di avere dei soldi da investire per creare una squadra femminile, facciamo così, uno zio dall'Australia (seee...) mi lascia un paio di milioncini, sai cosa farei? per prima cosa telefono a te e Ilaria, e vi chiederei di giocare per la mia squadra (NB San Giovanni, stai tranquillo eh, non succede) ma non solo, vi chiederei di aiutarmi a scegliere le altre ragazze da prendere, e giocoforza la formazione comprenderebbe il meglio delle squadre in cui avete militato tu e Ilaria, poiché non siete solo giocatrici forti, siete persone intelligenti con cui condivido le stesse idee sul calcio e sulla vita. Credo che tuttora una ipotetica formazione, un mix di veterane e giovani di sicuro avvenire con Mazzola, Ciofini, Parri, Meattini, Solazzo, Giorgini, Carniani, Gangi, Martini, Bernardini, Mascilli, Bruci, Toppi etc. con il senso del gruppo e la mentalità giusta farebbe il botto in categorie alte; è vero, persone come te e con le tue idee sono quasi "Dinosauri" in questo calcio femminile che potrà essere migliore solo in soldi e infrastrutture (ma solo in serie A e B, che dalla C in poi specialmente adesso è forse peggio di prima, nonostante società come Arezzo e Pistoiese che stanno creando qualcosa di veramente bello) ma sta perdendo tantissimo a livello umano, e l'ho visto coi miei occhi. 

Ma torniamo al presente, al mio presente di addetto stampa, cronista e narratore di questo San Giovanni, nella stagione più difficile siamo tutti ancora qua, come i cavalli di cui ti parlava il tuo vecchio Mister, ma adesso non importa il tipo di cavallo che uno è,  c'è una montagna da scalare con un carico emotivo gravosissimo sulla schiena, non so quante partite ci saranno ancora concesse ma ognuna sarà un nuovo sogno, che sai cosa fanno le persone come te? fanno sognare come da ragazzini, sono un tuo tifoso e quando ti vedo in campo mi batte il cuore, mi sento bene, mi sento protetto, aspetto che le avversarie tirino per vederti parare le loro conclusioni, e se qualche palla passa mi dispiace, ma non mi sento tradito, se è passata è perché proprio non ci potevi umanamente intervenire. Ogni volta che fermi un pallone vedo la ragazzina che giocava con un dito rotto, vedo colei che ha parato un rigore a un portiere eccezionale e poi glielo ha segnato, e vedo anche tutte le amarezze, ma gioie e dolori del passato sono servite a creare la persona a cui tutte e tutti noi siamo affezionati, ed è bellissimo che, in questo presente in grigio, tu sia ancora a colorarci il mondo; dal 1998 ad oggi, semplicemente tu, Valeria Mazzola, unica e irraggiungibile per talento, simpatia e umanità.





INCONTRO CON SARA COLZI, E L'IMPORTANZA DELL'OPEN DAY DEL PONTEDERA CALCIO FEMMINILE.

 Fin dalla splendida intervista che, ormai più di un anno fa, mi regalò (Potete trovarla qui;  IL VIOLA E IL ROSA: LE PROTAGONISTE; INTERVIS...